Made in Italy: The prize of the creative class

Un mio amico dice che ogni Paese ha la classe politica che si merita. Io penso che abbia anche la classe creativa che riesce ad attrarre. Della circolazione di nuova linfa vitale nel Sistema Italia si è parlato di recente in un convegno organizzato dalla Bocconi e dal Corriere della Sera svoltosi il 22 aprile presso la Sala Buzzati del Corriere a Milano. All’incontro intitolato “I creativi, solo una nicchia o una necessità?” e moderato da Paolo Mereghetti, hanno partecipato Severino Salvemini, ordinario di organizzazione aziendale e direttore del corso di laurea in economia e management per arte, cultura e comunicazione della Bocconi, Aldo Bonomi, fondatore del Consorzio Associazione agenti di sviluppo del territorio e Giuliano da Empoli, assessore alla cultura del Comune di Firenze.

Il ritratto del paese emerso non è dei più confortanti: Italia simbolo dell’arte e della cultura sì; ma anche Italia incapace di valorizzare il proprio talento creativo. Severino Salvemini, in particolare, osserva: «L’odierna creatività, quella eccellente, internazionalmente competitiva è distante dallo stereotipo di sregolatezza da bohémien ma è fatta di metodo, tecnica, scuola. In Italia purtroppo i talenti immaginativi non giocano ruoli cruciali nelle reti istituzionali, la diversità è spesso sopraffatta dall’intolleranza e le personalità devianti sono emarginate».

Un momento dell’incontro del 22 aprile. Al centro, Severino Salvemini e Aldo Bonomi, responsabili di un progetto di Assolombarda che mira all’identificazione dei "luoghi di corto circuito creativo" all'interno della città di Milano (Ph.Paolo Tonato)

Non è per caso che nell’Euro Creativity Index l’Italia si colloca agli ultimissimi posti, insieme a Grecia e Portogallo. L’indice europeo della creatività è stato sviluppato nel 2004 dall’italiana Irene Tinagli insieme a Richard Florida, professore di Sviluppo economico alla Carnegie Mellon University e autore del celebre saggio “The rise of the creative class”. L’ECI, basato sull’analogo indice americano che esiste già da molti anni, prende in considerazione nove indicatori raggruppati in tre grandi campi, le tre T responsabili dello sviluppo economico: Tecnologia, Talento e Tolleranza.

«L’abilità di competere e prosperare nell’economia globale» scrive Florida nel suo studio, «non dipende più solo dalla vivacità degli scambi di beni e servizi o dall’afflusso di capitali e investimenti. Dipende invece dalla capacità delle nazioni di attirare, trattenere e sviluppare gente creativa». Insomma, nell’economia postindustriale dominata dalla produzione immateriale non sono più le persone che si spostano verso i posti di lavoro ma sono i posti di lavoro che corrono dietro alle persone. Laddove si sviluppa una sana interazione fra università, industria, ricerca e ambiente circostante (che sia piacevole, funzionale, aperto agli stranieri e alle loro diversità culturali) arrivano prima o poi anche le persone giuste, nuova linfa imprenditoriale e quindi sviluppo economico. I modelli sono il distretto di Boston con Harvard e il MIT, ma anche, nel Vecchio Continente, paesi come Svezia, Finlandia, Olanda. Stando ai dati, sembra che l’Italia stia recuperando il gap in termini di “densità di creatività”, rispetto agli altri paesi europei e agli Stati Uniti: dal 1991 al 2001 la concentrazione di creativi è infatti passata dal 23% a circa il 32% del totale della forza lavoro. Tuttavia, in un momento in cui il paese è faticosamente in cerca di un nuovo Made in Italy, molto resta ancora da fare.

Tecnologia, Talento e Tolleranza. Sono le tre T dello sviluppo economico secondo l’economista usa Richard Florida, teorico dell’ascesa della classe creativa in età postindustriale. Ha scritto “The rise of the creative class” (2002) e “Who’s your city” (2008)

«Noi italiani» ribadisce il docente della Bocconi, «crediamo di potercela cavare sfruttando il nostro stile innato, senza renderci conto che non porta valore aggiunto perché non ha barriere d’ingresso. Basta copiarlo e in breve s’impara a riprodurlo perfettamente, come i cinesi fanno ormai da anni con grande successo. Anche dalle recenti leggi varate dal Parlamento risulta evidente che gli italiani continuano a opporsi allo sviluppo scientifico e preferiscono concentrare tutti i propri sforzi sullo styling o il marketing, di cui il Made in Italy è maestro. Ma limitarsi a migliorare o adattare tecnologie già note non è più un fattore di crescita. Solo una precisa Country strategy e la ricerca seria, quella che inventa davvero (tipica della grande industria che non abbiamo più), potranno tenere a galla le economie occidentali di fronte all’onda di piena dei Paesi in via di sviluppo».

Se può consolarci, Florida ritiene che, nonostante la loro potente efficienza manifatturiera, i leader economici del futuro non saranno l’India o la Cina. Bensì quelle nazioni e quelle regioni del mondo più abili nel mobilitare il talento creativo della propria gente e nell’attirarlo dall’estero. Classe creativa uguale formidabile leva dello sviluppo economico, quindi. Resta ora da capire se la classe politica italiana avrà voglia di guardare avanti e di puntare su quest’equazione. O se si limiterà a stare a guardare e ad andare poi alla rincorsa di scelte e modelli vincenti intrapresi da altri.

Nota: La foto del convegno è tratta da Via Sarfatti 25

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