Il muro de corato: fight for (street) art

 

Banksy, Clean up, 2008

Immaginate per un momento quante emozioni ci saremmo persi se il capovillaggio di Altamira fosse stato solerte come gli amministratori del Comune di Milano. È di pochi giorni fa l’ultima puntata del processo che a Milano vede il Comune contro Daniele Nicolosi, in arte Bros, noto writer che ha disseminato con i suoi graffiti diversi punti del capoluogo lombardo.

Il Comune si è costituito parte civile nel processo che lo vede imputato per imbrattamento, in relazione a ben 17 episodi documentati dalla polizia locale grazie a un minuzioso lavoro di indagine e pedinamenti effettuati nel 2007. Dei diciassette contestati, alla fine solo due gli episodi dibattuti in aula: i dipinti fatti sulla pensilina di una fermata della metropolitana e quelli sulle mura esterne del carcere di San Vittore.

Per il vicesindaco e assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato, chi fa tags o graffiti su edifici pubblici o privati senza alcuna autorizzazione commette una violenza vera e propria, dal momento che la proprietà è un istituto difeso dalla Costituzione. Si tratta di un reato che comporta anche elevati costi per la collettività: dal 2006 le casse dell’amministrazione hanno sborsato nel complesso 35 milioni di euro per finanziare i costi di ripulitura e le campagne anti-writer. Da parte sua, la difesa, rappresentata dall’avvocato Guido Chiarloni, replica che le accuse sono infondate in quanto non di scarabocchi si tratta, ma di vere e proprie opere d’arte. A supporto della tesi, Nicolosi ha presentato un’ampia documentazione, comprendente due articoli, un’intervista al critico Vittorio Sgarbi, due pagine web sulle sue mostre e un catalogo delle sue opere. Nonostante la giovane età – è nato nel 1981 – Bros è infatti considerato uno dei principali esponenti della street art italiana. Diplomato a Brera, definito da Sgarbi un “Giotto moderno”, ha già esposto le sue opere al PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) e al Palazzo Reale di Milano.

Uno dei tanti graffiti attribuiti al writer milanese BROS, alias Daniele Nicolosi

Come andrà a finire la storia? Si vedrà. La prossima udienza è fissata per il 12 luglio. Dal canto suo Bros promette di non fermarsi. A luglio il writer esporrà alla Biennale degli artisti a Mosca. Tra giugno e luglio porterà in giro per Milano una performance sui paesaggi urbani, con dipinti e graffiti esposti in movimento su alcuni camion-vela, di quelli usati per i manifesti elettorali. Ha infine in cantiere un progetto di decorare interni e esterni di una chiesa in Toscana. Per questo lavoro è stato contattato dallo stesso parroco, anche se prima di iniziare bisognerà attendere il permesso della Curia.

Una simile apertura ecclesiastica all’arte contemporanea non dovrebbe stupire se pensiamo che proviene da una regione da sempre culla d’arte e di cultura. E che già ospita, sulla parete posteriore del convento dei frati di Sant’Antonio Abate, a due passi dalla stazione centrale di Pisa, il meraviglioso “Tuttomondo” di Keith Haring. Il murale di 180 metri quadrati, dedicato all’incontro e all’armonia tra i popoli, è l’ultimo lavoro firmato dell’artista americano, che sarebbe di lì a poco mancato, il 16 febbraio del 1990, sopraffatto dall’Aids a soli 31 anni. La genesi di questo dipinto è una storia nella storia. Un’azienda pisana, la Caparol, fornì gratuitamente ad Haring impalcatura, pennelli e un particolare tipo di vernici acriliche. Il murale fu creato in una settimana di lavoro, a cielo aperto e sotto gli occhi di tutti, tra spettatori affascinati e passanti attoniti. Ironia della sorte, per anni il murale è rimasto ignorato, deturpato e seminascosto da pensiline di autobus, fino al 2003, quando Tuttomondo è stato riscoperto e valorizzato e la piazzetta che lo ospita è stata ribattezzata in onore del writer americano.

Il murale Tuttomondo, realizzato a Pisa nel 1989 da Keith Haring sul retro della parete di un convento. Si tratta di una delle poche opere che non è stata distrutta dall’artista.

Forse i tempi da allora sono cambiati. A Milano i writer lamentano una sorta di accanimento da parte dell’amministrazione comunale, che ha tra l’altro creato una task force specializzata nello scovare graffitari o aspiranti tali e prevenire le loro imprese. Oggi, in molte città, la street art viene valorizzata e si danno spazi agli artisti per lavorare. Parliamo di Amsterdam, ma per non andare troppo lontano anche di Roma, dove la mostra Out-Door organizzata da NUfactory in corso fino al 15 giugno ha trasformato il quartiere Garbatella in un museo-laboratorio all’aperto, dove gli spettatori possono ammirare i graffiti esposti e in alcuni casi anche gli artisti intenti alla creazione delle loro opere.

Il fatto è che oggi i giudizi su questa forma espressiva sono ancora contrastanti. Sarebbe utile recuperare il significato che negli anni Ottanta ha fatto nascere l’arte di strada: proporre una forma di riscatto alla bruttezza degli spazi urbani e alla disumanizzazione delle banlieue cittadine. «Mi è sempre più chiaro» disse una volta Haring, «che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare». A volte l’arte ha le sue ragioni. Che la ragione non conosce.

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  1. #1 di Thoi trang il marzo 23, 2013 - 5:57 am

    That’s where the gra&#1088hic black of resilient fashion quality, practicality and stunning opulent styles to generate some truly breathtaking clothes.

  2. #2 di Melodee il agosto 2, 2013 - 11:22 pm

    But food isn’t dieting during period like a drug that not only tamped down appetite but also slightly increased the metabolic rate fenfluramine, and it would be impossible to cover all of them in the autumn. The popularity of these diets may be able to stay on the diet.

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